Appunti Sparsi di E. M. Cipollini

Pubblicato: 10 giugno 2012 in News

Commento a “Dissertazione” di E. M. Cipollini

In un saggio sulla “ Condizione Umana “ tanto ricco di contenuti e quindi di spunti sui quali estenderne altri, non può entrarvi alcuna pretesa se non quella di apportare una visione soggettiva ed un ragionamento circoscritto ad una sola parte , fra le molte prese in esame, costruendo un continuum di variazioni e negoziando tutte le variabili attraverso un diverso tensore che faccia ritorno alla traiettoria iniziale, guida al mio ragionamento. Mi riallaccio all’ analisi  centrale della lunga ed interessante dissertazione del Professor Enrico Marco Cipollini che fa riferimento al “ tecnicismo quale detentore di potere e  tecnocrazia di stampo ieratico, al nihil e alla techné come “rimedio” ecc.., e che tratta argutamente l’argomento, associandolo alla perdita dell’Identità Umana, per sottolineare alcuni passaggi senza decostruirne il senso. “ Occorre proiettarsi oltre  l’attualità, oltre la retorica di due atteggiamenti opposti: quello dei nuovi apocalittici e quello dei nuovi apologeti delle virtù taumaturgiche  delle tecnologie comunicative. La polarizzazione tra chi scorge nelle nuove tecnologie della comunicazione multimediale insospettate promesse di un’orizzontalità  irenica , di una diffusione liberatoriamente interattiva delle informazioni, e chi vi vede invece una nuova dimensione del dominio, della frammentazione e del controllo generalizzato dei soggetti, replica, nella sua paralizzante specularità, la tradizionale ambivalenza dell’ atteggiamento occidentale nei riguardi della tecnica. Per uscire dal circolo vizioso non basta certo limitarsi a ripetere la distinzione tra il piano della pura tecnica e la gamma dei suoi possibili usi impuri. Occorrerebbe piuttosto spostare l’ attenzione sul modo in cui la tecnologia, ancor prima che adoperata, è costruita. Le tecnologie non sono soltanto protesi, ma linguaggi, universi simbolici. Come tali esse racchiudono in sé una potenza metaforica: nel senso letterale del meta-pherein, del trans-ferre, del trasportare l’ esperienza da una forma in un’ altra.

L’ universo che da esse si dispiega è l’ universo di una tecnica reticolare il cui potere di controllo gioca le proprie chances sulle capacità di riprodursi in un processo di incessante auto innovazione. Mai come oggi si è avvertito più acutamente il bisogno di una critica della comunicazione; nel mondo presente, nel multiverso catodico, in cui ci accade di vivere, la salvezza non può essere affidata a un ideale trascendentale o ermeneutico di comunità della comunicazione, intesa come scambio di valori, progetti o modelli di argomentazione. Il nostro compito la nostra responsabilità di fronte al presente si traduce quindi nel fare ritorno all’esperienza  dei linguaggi, divenuti sempre più paradossali, ma perché ciò avvenga occorre che ciascuno assuma, non rispetto agli altri, ma rispetto a se stesso, il vertice ottico di una riflessione filosofica sul presente, sul nostro presente;  parlare oggi di filosofia non significa necessariamente parlare di cose strettamente filosofiche. La parola del filosofo è fuoriuscita dalla propria orbita, andando a investire quella dimensione insieme coinvolgente e sfuggente, impegnativa e labile, che chiamiamo attualità. Da quel momento in poi si può anche in un certo senso, anzi, si deve essere inattuali (nel significato nietzscheano di una sfasatura anticipatrice del proprio tempo). Ma, proprio per questa ragione, non ci si può più sottrarre al riferimento magari polemico, o radicalmente negativo,  al presente vi è ancora un aspetto generale che va considerato se non vogliamo far scadere in banalità pseudo sociologiche i discorsi sul Tramonto delle Ideologie e la Crisi dei Fondamenti, sulla deriva e la Perdita del Centro, che hanno segnato le temperie degli ultimi anni in Europa come negli Stati Uniti; esso investe la costante che attraversa tutte le fasi, tutte le innumerevoli metamorfosi della nomenclatura concettuale del potere in Occidente, e che è rappresentata dal suo spazio ( e dal suo codice ) simbolico.  Sotto questo profilo, storia del potere e storia  della metafisica davvero coincidono anche se in un senso ben più prosaico di quello adombrato  dalla traiettoria di pensiero che va da Heidegger a Deridda. Le due storie si sovrappongono solo in quanto varianti di una stessa logica identitaria; solo in quanto modalità complementari di denominazione del centro,  logos identitario dell’ universalismo egemonico- E’ stata poi una frattura all’ interno del sostanzialismo metafisico a determinare un punto di  svolta, a far pensare che il centro non è un posto fisso ma una funzione : un non-luogo appunto, un significato centrale mai presente in assoluto, al di fuori di un sistema di differenze. Dobbiamo ora chiederci quali conseguenze tale cesura comporti per la Logica del Potere- Identita’ in una relazione interfacciale di due lati della stessa medaglia.  Dobbiamo chiederci quale sia il senso della nostra relazione esistenziale, Anima e Forma,con  l’ evento e con l’ Universo della Tecnica che caratterizza la nostra epoca ipermoderna, permeata dalla potenza metaforica delle tecnologie comunicative globali e segnata dall’ Esilio Cosmico.  La tecnica è un destino ?

Francesca Giustini

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