La poetessa Valeria Corsi

Pubblicato: 11 marzo 2012 in Intervista a ...
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AR: Valeria sei un’artista poliedrica, ti diletti in varie tecniche di disegno e pittura, nella recitazione di poesie, nella realizzazione di testi per canzoni e di video-poesie; partecipi a spettacolazioni e mostre in cui, soprattutto, si realizza il concetto di “contaminazione di arti varie”. Vuoi raccontarci queste passioni?

VC: Riconosco queste passioni come mie da sempre, da quando cioè ho cominciato ad avere di me un’idea meno vaga e soprattutto più onesta, autentica. Il temperamento artistico non credo si costruisca con l’esperienza: può rimanere latente, inespresso anche per molto tempo, ma …o c’è o non c’è. Lo senti. Non te lo puoi inventare. Diversamente credo che la capacità espressiva e l’intenzione comunicativa –pur fruendo di un terreno fertile (o meno) innato- derivi da svariati fattori esperienziali, che possono favorirle o bloccarle. Ringrazio sempre la famiglia di mio padre per ciò che concerne la parte innata e la mia vivacità curiosa e socievole (nonostante la timidezza di molti anni) per ciò che concerne l’acquisizione di esperienza e abilità nella comunicazione. Durante l’adolescenza parlavo poco, ma ascoltavo e osservavo moltissimo ed è così che ho imparato ad apprezzare le piccole cose, le sfumature, le essenze, le pieghe dell’animo mie e degli altri; e dopo qualche anno di questo genere d’approccio alla realtà, scrissi la mia prima poesia: “Apatia” dall’atmosfera decisamente grigia. Sedici anni (ma molti di più a seguire!) segnati dalla percezione di non amore da parte dei miei, causata dalla loro incapacità ad esprimere amore nei miei confronti: ero immersa in un mondo che sentivo come indifferenza. Da quel momento in poi la mia vita è stata vissuta con l’intenzione di scoprirne i colori, viverli attraverso le emozioni e dimenticare il grigio, l’indifferenza e il non amore. Durò solo qualche anno il periodo della poesia giovanile, soppiantata dal disegno; un’ampia produzione che iniziò con una sfida: riprodurre fedelmente capolavori della tradizione pittorica con i pastelli. Questa esperienza fu principalmente formativa dal punto di vista dello studio del colore e mi diede le basi per intraprendere il mio cammino personale in quanto ad arti grafico-pitttoriche. Poi arrivò il periodo delle canzoni: chitarra e voce mi accompagnarono nella crescita (qualcuno diceva che dovevo fare la cantante!), facendomi sperimentare il piacere della condivisione e da lì cominciai ad improvvisare canto, danza e spettacolazione dovunque mi trovassi (ovviamente in luoghi che fossero idonei, ma anche la strada, le piazze). Scoprii il gusto di trasmettere emozioni ed anche di avere delle discrete doti comunicative ed interpretative (qualcuno diceva che dovevo fare l’attrice!). Cominciai a scrivere molto, moltissimo, soprattutto racconti e soprattutto surreali (la fantasia non mi è mai mancata): io li definivo, più che surreali, simbolici; come simbolici erano i miei disegni e/o dipinti a olio. Dei molti apprezzamenti ho sempre fatto calda coperta per i momenti freddi e bui e così sono arrivata alla maternità, che ha interrotto –per mancanza di tempo- buona parte delle mie realizzazioni artistiche. E’ solo negli ultimi anni che si è riaccesa la luce della poesia in maniera prepotente: come un vulcano spento, che improvvisamente si è riattivato ed ancora non si spegne. Sembra essere questo il periodo in cui si realizza il concetto di “contaminazione di arti varie” in me e il gioco creativo sembra avere una valenza prepotente nel mio presente (le video-poesie ne sono un esempio), portandomi anche a ricercare e scoprire nuovi (per me) modi di fare arte (es. la pitto-scultura!) . Vorrei essere dovunque si vive arte: mi servirebbe solo il doppio del tempo e forse un’altra vita intera, ma spero che questa duri a sufficienza per consentirmi di sperimentare ancora e ancora e ancora: mi è rimasto qualcosa di irrealizzato che mi piacerebbe davvero provare: recitare insieme con altri , cantare le mie canzoni, manipolare materiali vari (scultura) e fare una mostra tutta mia (mi sto preparando, anche se qualcuno di questi desideri rimarrà probabilmente solo un sogno!!!).

AR: Insegni nella Scuola Statale con particolare interesse e competenza nei laboratori d’arte, musica e poesia e numerosi tuoi racconti e fiabe sono presenti nella Guida per l’infanzia “Fare e pensare” edito da C.P.E. Modena. Come tu stessa affermi, adori  concorrere alla crescita della persona: quali emozioni si sentono interagendo con i bambini?

VC: Quella di insegnare è sempre stata la mia prima passione lavorativa: a nove anni il mio gioco preferito era sistemare tutte le bambole che avevo sul mio letto, costituire la mia classe e fare la maestra. Ovviamente ero costretta a fare sia la parte della maestra che quella degli alunni (compresi i compiti eseguiti sui quadernetti che io stessa costruivo!): sarà per questo che nella realtà mi riesce tanto bene (così dicono, soprattutto i bambini!) di fare la maestra e di comprendere e stimolare i miei alunni? Ovviamente nella scuola porto, oltre alle mie conoscenze e il mio impegno, soprattutto le mie passioni artistiche e naturalmente quella per i bambini. Considero i bambini la parte migliore dell’umanità e scegliere di passare metà della mia vita (mezza giornata ogni giorno!) insieme con loro mi consente non solo di dare molto, ma anche di ricevere molto: condividere la crescita di uno e più esseri umani è entusiasmante sempre e mi ha consentito di mantenere il movimento dentro e fuori di me per tutta la mia vita fin qui; è il movimento che determina la crescita,  lo sviluppo e l’evoluzione: in una parola sola la vita. Ma a scuola –ho sempre detto- io educo alla vita, oltre che insegnare, e dò me stessa andando oltre il ruolo attribuitomi ; inoltre lo scambio emotivo-affettivo che si instaura con i bambini è una delle dinamiche più intense che si possano sperimentare nella vita, quando si riesce ad abbattere le barriere che limitano la comunicazione. E’ attraverso l’arte nelle sue varie forme che cerco di abbattere le barriere e vivere la relazione empatica; e i risultati  sono sempre positivi, soprattutto per ciò che riguarda la consapevolezza di sé e dell’altro (oltre che nei vari saperi!). Dunque l’interazione con i bambini –con ogni bambino una particolare!- accende la riflessione ed il pensiero creativo, ma soprattutto l’emozione (e di qualunque colore!): fa battere i cuori e dove c’è condivisione di emozioni, c’è società condivisa, esperienza condivisa sulla base dei sentimenti che si vengono a creare; una volta una mia amica che aveva conosciuto la realtà della mia classe, mi disse che, se anche fuori di lì si fosse vissuta l’atmosfera della mia classe, il mondo sarebbe stato assai migliore. Quanta passione ci vuole per amare il mondo e la vita!!!

AR: Quale è il tuo rapporto con la tradizione, con gli autori del passato? Quali le letture che ti hanno in qualche modo “formato”?

VC: Sono una mancina deviata (nel senso che mi hanno trasformato a forza in destromane e ora sono ambidestra), in prima elementare sono andata un anno prima del dovuto, ero dislessica e naturalmente la mia difficoltà è stata scambiata per pigrizia sia a scuola che a casa; nonostante tutto sono riuscita, con molta fatica, ad imparare a leggere e a scrivere; ma di leggere oltre il dovuto non ne ho voluto sapere fino al diploma superiore, anche perché non ho mai sopportato la letteratura per l’infanzia e l’adolescenza: la trovavo banale e noiosa. Ho incominciato a leggere a più non posso, quando ho iniziato a scegliere da sola  le mie letture: soprattutto saggi, testi di studio prevalentemente di psicologia, sociologia e simili e poi avevo una passione sfegatata (per citare solo alcuni autori) per Pirandello, Hesse, Anais Nin, Kerouac e per la poesia di Lorca, che comprendevo perfettamente pur non sapendo quasi  per nulla lo spagnolo; Ungaretti, Montale e Quasimodo erano un altro versante tra i miei preferiti. Divoravo le mie letture quasi con metodo di studio e sentivo che mi entravano dentro e mi formavano, ma se avessi dovuto relazionare in merito, non ne sarei stata capace. Tutto mi è rimasto dentro, tranne i titoli!!! Questo deve essere un mio disinteresse specifico: mi succede anche con i film (mi ricordo perfettamente il film, ma non il titolo e… neppure il regista!). La tradizione letteraria per me è stata… le fondamenta sulle quali ho costruito la mia casa: ci sono , ma non si vedono!

AR: In quale filone letterario ti collocheresti per il tuo modo di scrivere poesia?

 VC: Con un po’ d’ironia sul mio modo di fare poesia, preferisco scherzare e inventarlo un filone letterario cui appartenere: “Gli sgrammaticati” potrebbe andar bene!!! Ne conosco degli altri!!!! Perché? Perché –per esempio- la mia poesia ha sicuramente una sua musicalità, ma aborre dal rigore metrico o dalla rigidità della poetica tradizionale, perché sicuramente il verso libero meglio si confà alla spontaneità dell’emozione che voglio trasmettere componendolo. Uno dopo l’altro i versi escono da soli e si riversano su un foglio o qualsiasi altra cosa che possa accogliere la scrittura e arrivano docili alla fine della poesia e finalmente a destinazione, nel momento in cui vengono letti o ascoltati (quando sono io a leggerli per gli altri). E mi sembra –e mi dicono- che l’emozione arrivi sempre a destinazione e faccia egregiamente la sua funzione: smuovere l’animo a scandagliar la vita.

N.B. Però… mi si accappona la pelle di fronte a errori di sintassi, grammatica e ortografia!!!!

 AR: Quali sono a tuo avviso gli indicatori di una buona poesia e ritieni importante l’aspetto musicale del verso?

VC: Si credo che la musicalità di una poesia sia importante, soprattutto perché è quella che ti fa entrare nell’atmosfera che la anima. Forme e contenuti di una poesia possono essere davvero tanti; ma a mio parere la poesia non è sicuramente, pur nella sua forma in versi sciolti, una narrazione misurata e tagliuzzata in versi come se ne leggono tante in rete. D’altra parte ci sono poesie formalmente ineccepibili, ma che fanno fatica a trasmettere senso ed emozione. E qui bisognerebbe fermarsi a riflettere su chi sono i destinatari della poesia e su chi ne è autore. Personalmente non credo che la poesia debba essere appannaggio di pochi eletti, formale e forzata entro i canoni rigidi della poetica classica, magari ermetica … che così viene interpretata solo dagli addetti ai lavori! Credo invece che, qualunque ne sia la forma, la poesia debba arrivare nelle pieghe dell’animo umano ed emozionare in profondità: solo così acquista la forza di cambiare il mondo (come d’altronde ogni forma d’arte).

 AR: La parola può sostituire la memoria e fissare qualche momento della nostra vita?

VC: Assolutamente si: la parola può sostituire la memoria ed anzi spesso è proprio attraverso la manipolazione di essa che la memoria si avvantaggia della funzione evocativa della parola e si  ravviva. Spesso scrivo per non dimenticare o per costringermi a ricordare (a fin di bene!): la parola scritta o orale che sia, serve ad aumentare sicuramente la consapevolezza, a prender coscienza di sentimenti riposti nell’inconscio. Insomma se c’è bisogno di luce al nostro interno, la parola è un ottimo sistema d’illuminazione! E non dimentichiamoci che la parola scritta o comunque detta è un tesoro per gli altri e per noi stessi insostituibile, anche e soprattutto quando –in vecchiaia- la memoria ci abbandona.

AR: La poesia sembra ignorata dal mercato, tuttavia intorno si nota fermento e curiosità, grazie alla rete e alle possibilità offerte; qual è la tua opinione e quale futuro prevedi?

VC: Poesia e mercato –direi- sono due concetti antitetici per eccellenza: la poesia non serve al mercato. La poesia non muove l’economia, muove i sentimenti, ciò che non si vede e pertanto ,in questo tipo di società, non ha riscontro economico. Del resto siamo sempre lì, alla favola della formica e della cicala e finchè ciò che appare sarà considerato più importante di ciò che non si vede ma che è –a prescindere dal fatto che venga chiamato animo/a, essenza, inconscio, sentimento, emozione, sensibilità ….-resteremo sempre lì a considerare la poesia e l’arte in genere quasi come un plus valore e non un valore in se stesso. La realtà fantasticata, visionaria della poesia cambia la percezione delle cose, rendendo non più oggettiva la realtà stessa, modificandola nel suo senso stesso; dunque, se i poeti avessero il coraggio di essere ciò che dicono poetando, potrebbero cambiare il mondo e ribaltare i termini della favola, per cui sarebbe la formica la povera disgraziata, che spreca la vita a rincorrere l’avere piuttosto che l’essere. Ma questo potrebbe non essere futuro, ma solo un sogno , un’utopia!

Il fermento poetico in rete potrebbe avere un’ ipotesi di spiegazione nel fatto che, il virtuale, diversamente dal reale, aiuta a entrare in quella sorta di limbo percettivo che ci mette in diretto contatto con il nostro interno, senza condizionamenti di nessun genere… neppure il nostro corpo: liberi di sentire come ci pare e piace, come ci viene da dentro, senza doversi per forza confrontare con alcunchè. Personalmente io la trovo una buona cosa, naturalmente da vivere per quello che è, senza farci sopra congetture e voli pindarici tali, da rischiare di scontattarsi dalla realtà. In tal senso, nell’allenare alla libera percezione ed espressione di sé, la poesia è anche terapeutica. Tutto si può fare, ma dipende da come si fa e a quale scopo!

AR: “Comincia con un fiore per caso il mio giardino” è il titolo del tuo libro pubblicato nel 2010 da Rupe Mutevole; presentalo a chi ancora non lo conosce.

VC: ”Comincia con un fiore per caso il mio giardino” è innanzitutto un mio principio filosofico di vita. Le scelte nella vita sono attimi che non vanno mai perduti: non credo che ciò che accade per caso, proprio nella tua vita, sia un caso e quindi qualcosa che somiglia alla fortuna (o alla sfortuna!), al fato, al destino. Credo invece che un accadimento –di qualunque genere esso sia- ha le sue radici in accadimenti pregressi, a volte irriconoscibili perché di poca portata, ma comunque significativi. E’ un po’ come avviene per l’albero, che dal tronco divide i rami innumerevoli volte fino a determinarne la direzione : per l’albero sempre verso la luce e la vita, per noi a volte in direzione opposta alla vita. Questione di scelte!!! Non a caso la silloge titola così: da una parte il “caso non per caso” e dall’altra il giardino, la natura grande maestra (che andrebbe sempre ascoltata!), la vita al naturale, come unica vita che abbia un senso vivere e che possa veramente essere vissuta fino in fondo, dal e nel più profondo dell’animo. “Comincia con un fiore per caso il mio giardino” è una silloge di 52 poesie nata anch’essa per caso in seguito all’invito di Silvia Denti (curatrice della collana “La quiete e l’inquietudine” per Rupe Mutevole editrice) ad inviare materiali per valutare una possibilità di pubblicazione e dalla mia scelta di accettare la proposta editoriale che mi venne fatta in seguito. Di sillogi di poesia e di raccolte di racconti ce ne sono molte nel mio cassetto (non ne basta uno a contenerle!!), ma questa silloge è giunta al pubblico per quel “caso non per caso” che un giorno mi vide a casa della mia più cara amica che mi iniziò al mondo di Facebook e di lì a qui, scelta dopo scelta, ormai è storia (la mia!). Vorresti sapere cosa c’è in questo giardino? Ci sono io, come donna e come rappresentante delle umane cose, con le mie aiuole ben curate , ma più spesso con i miei intrichii di rami e le zone d’ombra che s’alternano a macchie di luce e colore, fino a intravedere l’incolto dell’animo, ancora quasi da esperire. A tratti impressionista, a tratti simbolica la mia poesia sgorga naturale come fonte, con la sua altrettanto naturale musicalità e mi restituisce respiro e voglia di raccontarmi senza filtri: una poesia “onesta” che non svolazza solo su rami fioriti e roseti, ma pure nel mezzo di seccumi antichi e marcescenze d’inverni non ancora divenuti primavere. Una poesia “onesta” nelle intenzioni che –per citare U. Saba- “non dice una sola parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione”. Del resto io mi nutro di onestà, principalmente per soddisfare me stessa e poi per non tradire la fiducia degli altri. Per questo non finirò mai di ringraziare mio padre! Entrate, dunque, con fiducia nel mio giardino nato per caso!!!

AR: Ti ringrazio per la disponibilità a concedermi questa intervista, in bocca al lupo Valeria!

VC: Grazie a te Antonella per l’opportunità che mi hai dato di esprimere il mio pensiero; comunque, dopo che ho saputo il vero significato dell’espressione ”in bocca al lupo” (la lupa che prende in bocca il piccolo per proteggerlo), non posso più dire “crepi il lupo”! …pure, in qualche modo, riusciremo a far splendere il sole   anche domani sui nostri orizzonti!

ANTONELLA RONZULLI

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